- Apicoltura Ribaditi

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Sono molte le motivazioni che hanno portato il Comune di Calice al Cornoviglio ad aderire alle Città del Miele;
il legame del miele con il territorio e la cultura per questo prodotto risale a molti anni fa,
già nella prima metà dell’ottocento esistono testimonianze che

ci permettono di affermare che esistevano contadini che integravano con questa attività se pur marginale e senza conoscenze approfondite il loro reddito, spesso recuperavano dai tronchi di alberi il miele con metodi rudimentali, nella maggior parte dei casi le api non sopravvivevano altre volte venivano appositamente soppresse per facilitare il recupero.
La prima evoluzione si è avuta nella sconda metà dell’ottocento, quando andò diffondendosi la tecnica dell’allevamento con l’utilizzo dei bugni rustici, una porzione di albero della lunghezza di 80-90 cm e del diametro di circa 30- 40 cm veniva completamente svuotata, all’interno si collocavano due bastoncini solitamente incrociati per facilitare la costruzione dei favi.
Il tronco veniva poggiato su un piano in legno o in pietra in modo che rimanesse stabile in posizione verticale, l’apertura in alto veniva chiusa con una lastra per proteggere le api dalle intemperie, nella parte bassa o in quella centrale veniva praticata un’apertura di qualche centimetro per permettere l’ingresso alle api.
Solitamente questi bugni venivano popolati raccogliendo sciami naturali che facilmente in primavera si poggiavano fuoriusciti da cavità di alberi, anfratti o anche da altri bugni sulle piante vicine.
Questa tecnica nonostante fosse da considerare una prima forma di allevamento aveva moltissimi limiti,

il principale era quello che purtroppo si praticava l’apicidio al momento della raccolta del miele.
Nei primi anni del 1900 l’uso del bugno rustico nel territorio
Calicese era molto diffuso tanto che quasi ogni famiglia ne possedeva alcuni, producendo miele per soddisfare le proprie necessità.

Ricorda Montanari Lino che quando era bambino, suo padre Umberto possedeva almeno una ventina di famiglie, nel mese di ottobre si effettuava la raccolta del miele, mediante una apposita sgorbia a manico lungo, (attrezzo conservato all’interno del Museo) costruita in loco, si procedeva al distacco dei favi contenenti il miele dall’interno dei bugni, il tutto veniva stoccato in contenitori di legno adatti per il trasporto su animali (nella forma dialettale Calicese sono chiamati soghi).
Guerrieri Roberto di professione mulattiere si occupava di raccogliere questi contenitori da vari produttori e di conferirli nel Pontremolese dove il miele era venduto, l’appuntamento si ripeteva ogni anno ed erano necessari più viaggi per poter conferire tutta la produzione.
Tra gli apicoltori più importanti del periodo ricordiamo Umberto Montanari e Guerrieri Antonio a Villagrossa, Saccomani Costante a Debeduse, Rapallini Vittorio loc. Borasco, Paita Dante e Andreoni Natale a Santa Maria, Andreoni Narciso loc. Campi.
Nei decenni successivi andò affermandosi un tipo di allevamento sempre più razionale con l’introduzione dei favi mobili montati su telaietti in legno che permettevano il controllo delle api e l’estrazione del miele preservando la famiglia, sebbene non si trattasse ancora di arnia razionale si poteva già parlare di un allevamento evoluto, il limite era legato al fatto che diversi apicoltori costruivano delle casse in legno con telai mobili, ma che spesso avevano forme e misure diverse limitando la possibilità di interscambio.

In queste casse si iniziarono a trasferire i bugni rustici mediante una tecnica particolare che a quanto pare è fu ideata, realizzata e utilizzata proprio nella nostra zona, si trattava di posizionare al posto della piastra superiore una tavola in legno con un’apertura circolare del diametro del tronco in modo da realizzare una tenuta sufficiente da evitare la fuoriuscita delle api, su questo piano veniva appoggiata la cassa contenente i telai su cui erano state fissate (quando erano disponibili ) piccole striscioline di cera, per indirizzare le api a costruire in quella zona.
A questo punto irrorando dal basso (solitamente dall’apertura che le api utilizzavano come ingresso) abbondanti quantità di fumo, si costringeva le api risalire verso l’alto e ad andare ad occupare la nuova dimora.
Completato il trasferimento, il bugno rustico veniva tolto e la nuova cassa veniva collocata al suo posto.

Lo sviluppo di questa tecnica nella zona iniziò nei primi anni trenta per merito di due apicoltori locali che oltre alla passione per le api di professione erano falegnami, si trattava di Rapallini Vittorio e Paita Dante che costruivano casse per se per e per vendere ad altri apicoltori.
Sono questi gli anni nei quali vengono attribuiti i soprannomi agli abitanti delle varie frazioni, in questa sede è il caso di ricordare quello dato agli abitanti della frazione dei Molunghi soprannominati “ghi arbatta boghi dai Melunghi” da quelli del paese di Santa Maria, cioè coloro che fermavano i sciami che in primavera scappavano dal paese di Santa Maria collocata più in alto e si posavano sulle piante di Molunghi situato più in basso.
Siamo ormai negli anni sessanta, quando inizia a diffondersi nelle nostre zone la cosiddetta arnia razionale, con misure unificate studiate appositamente in base alle esigenze e allo sviluppo delle api, con elementi modulari che permettono di adattare in verticale gli spazi alle esigenze della famiglia.

Le arnie razionali sono essenzialmente a 10 e a 12 telai, in un primo tempo si andò diffondendo l’arnia a 12, ma l’esperienza dimostrò che la soluzione ideale per il clima de Comune e per il tipo di fioriture presenti era quella da 10 telai.

Attualmente tutti gli apicoltori presenti sul territorio Comunale hanno optato per questa soluzione considerata da tutti la più adatta.
All’inizio degli anni ottanta c’è stata una riscoperta dell’attività apistica, che era stata ormai quasi completamente abbandonata durante gli anni precedenti, fenomeno forse causato dallo spopolamento dei paesi verso la città e quindi l’abbandono delle attività agricole.
Diversi giovani forse per curiosità o perchè in quel periodo era una moda, si sono avvicinati al mondo meraviglioso delle api, la passione è stata talmente grande che non hanno più abbandonato questo mondo, trasformando la loro passione in vere e proprie aziende tuttora presenti sul territorio.
Queste aziende hanno diffuso le loro produzioni trasformando il miele di Calice in un prodotto di nicchia famoso a livello Provinciale e conosciuto anche a livello Regionale e Nazionale perché richiesto da molti clienti e perché più volte premiato nei principali concorsi.
Questi stessi ragazzi ormai adulti nel 1981 decisero di festeggiare questo magnifico prodotto istituendo una festa, decisero di realizzare presso il parco Comunale di Santa Maria la prima festa del miele, nessuno voleva accettare la scommessa, ma l’idea di una festa semplice che scopriva i piaceri dei buoni sapori fu l’idea vincente, l’elemento base che permise la riuscita della festa e mise in moto un volano di sviluppo per l’attività apistica nel Comune di Calice.

La festa del Miele di Santa Maria è diventata ormai un appuntamento che ogni anno richiama migliaia di persone, attratte dall’ottima cucina e dall’ottimo miele che le aziende locali mettono in vendita.
Il territorio di Calice al Cornoviglio è, da sempre, apprezzato per la salubrità dell'aria, l'acqua buona, il verde dei castagni, i frutti del sottobosco e, da oltre vent’anni, anche per questo prezioso prodotto del lavoro delle api Calicesi.
Una festa semplice, è vero, ma che, in questi anni, è riuscita ad ispirare anche la creazione di un "Museo dell'apicoltura", ospitato in permanenza nel Castello Doria Malaspina.


Nel mese di settembre 2000, dopo una lunga fase di restauro, è stato inaugurato il museo dell’apicoltura, la più grande collezione di materiale apistico storico di tutta la Liguria.
Nei sotterranei dell’antico maniero, riportati agli antichi fasti, i visitatori hanno la possibilità di conoscere la storia dell’apicoltura e l’evoluzione delle tecniche dall’alto medio evo fino ai giorni nostri.
Il museo raccoglie molti reperti recuperati direttamente sul territorio, per anni gelosamente conservati da alcuni apicoltori locali che nel tempo hanno recuperato oggetti che sarebbero andati perduti e che oggi rappresentano una testimonianza della nostra cultura.

Per lo sviluppo dell’apicoltura nel territorio Calicese è stato importante l’ambiente, ideale per produrre miele di qualità, si tratta infatti di un ambiente incontaminato lontano da fonti di inquinamento ottimo per produrre miele perfettamente biologico, un territorio che si estende dal corso del fiume Vara a poche centinaia di metri sul livello del mare sino alle alture del monte Cornoviglio che raggiunge i 1162 m.
Una zona con caratteristiche prettamente apistiche con molte varietà botaniche e fioriture ben scadenzate durante tutta la stagione, questo permette di diversificare la raccolta tanto da riuscire a produrre almeno sei qualità di miele con colore, sapore e caratteristiche organolettiche diverse.
Il primo raccolto è quello di erica arborea, solitamente si tratta di modeste quantità, la raccolta avviene nel mese di aprile, in questo periodo la stagione non è sempre stabile dal punto di vista meteorologico e non tutte le famiglie hanno raggiunto il massimo dello sviluppo, ma quando questo si realizza si ottiene un miele particolarmente tipico con un profumo intenso e particolare.
Si passa poi a maggio il periodo dell’acacia, la robinia pseudoacacia abbondantemente diffusa sul territorio soprattutto lungo i corsi d’acqua garantisce la produzione più importante di tutta la stagione, in soli dieci giorni le api riescono a fare cose eccezionali che molte volte gli stessi apicoltori si chiedono stupiti come possa essere stato possibile, il miele di acacia è fondamentale nell’economia aziendale si dice che quando questa produzione è andata bene la stagione è risolta, nel senso che le altre produzioni che seguiranno sono quasi sempre regolari.
Dopo si passa alla fioritura di castagno, nel periodo intermedio, però è frequente la raccolta di un miele misto di fiori, ma con una predominanza di nettare di acacia il suo colore è leggermente ambrato e il suo sapore è delicato resta liquido a lungo viene definito nettare di fiori per distinguerlo dal millefiori che cristallizza rapidamente.
La raccolta sul castagno è di solito la più abbondante, non tanto per la propensione di questa pianta produrre nettare, quanto per la sua diffusione sul territorio e alla sua lunga fioritura, esistono interi boschi completamente coltivati a castagneto.
Finita la fioritura di castagno sulle alture del Cornoviglio è facile produrre del miele millefiori che facilmente cristallizza è ricco di particolari aromi conferiti dalle fioriture spontanee presenti in questo periodo.
L’ultimo raccolto della stagione, non per questo meno importante, molto particolare soprattutto per il suo colore nero è la melata.
Si tratta dell’elaborazione da parte delle api di sostanze zuccherine raccolte sul tronco e sulle foglie delle piante e prodotte da piccoli afidi parassiti delle stesse, è per questo che l’origine delle melate è considerata animale, mentre quella del miele vegetale.

Ormai da diversi anni la produzione di melata sul territorio è stabilizzata ed è ottima, tanto che da diversi anni é regolarmente premiato nei concorsi Nazionali.
Non dimentichiamo poi la tradizione culinaria che riserva alcune ricette tipiche a base di miele, vorrei citarne una su tutte e ricordare le frittelle di fiori di acacia cosparse di miele che solitamente durante la stagione della fioritura è facile trovare inserite nei menù dei ristoranti e degli agriturismi Calicesi.

Attualmente su tutto il territorio del Comune di Calice operano una ventina di apicoltori, sei dei quali professionisti gestendo complessivamente circa 800 alveari, con una produzione media annua stimata attorno ai 350 quintali di miele.

È la primavera del 2004, quando la giunta comunale guidata dal Sindaco Alberto Battilani, su richiesta degli apicoltori decide di aderire alle Città del Miele, una associazione di Comuni che a livello Nazionale si sono distinti per la loro cultura, le loro tradizioni, i loro prodotti apistici.
Maurizio Ribaditi

 
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